O troveremo una strada o ne costruiremo una

A cura di Franca Bochicchio

“Aut viam inveniam aut faciam” – (Annibale 247-182 ac)

Milano è inondata dal sole per l’ennesima giornata di un inverno anomalo e non solo per le temperature. Mi reco in negozio di primo mattino, ma decido di saltare qualche fermata di metro e godermi la strana sensazione che mi pervade all’improvviso osservando ciò che mi circonda, trasportata dalla musica di Ludovico Einaudi in cuffia (la traccia si intitola “I Giorni”).
La sensazione è quella di muoversi nel frame di un film in pausa dove tutto è immobile tranne te. Tutto è pronto, tutti sono pronti, c’è un clima di immobile attesa. Tutti sembrano carichi, sulla linea di partenza, per scattare al segnale. L’atmosfera creata dagli ultimi eventi che a livello globale hanno messo in pausa il mondo, a Milano la si può toccare con mano. I bar in questo solare e tiepido sabato di febbraio profumano di caffè e sono stracolmi di brioche pronte per essere servite. Tutti i negozi aprono luccicanti e profumati, gli occhi delle persone che incontro per strada, che attendono il verde del semaforo in macchina, in bici, in moto, sono piene di una luce che somma gioia, speranza, attesa, voglia di esplodere la forma smagliante raggiunta con sacrificio e avere la possibilità di esprimersi. L’atmosfera di pausa di chi si prepara a grandi sfide è tangibile nei giardini di Palestro dove mi sono seduta un attimo per catturare il momento: tutti corrono, si allenano, tengono il passo. Milano è pronta alla Fashion Week, ai grandi eventi, alle grandi fiere internazionali e il freno inaspettato la rende ancora più affascinante perché Milano non molla, non demorde, non si arrende.

La sfavillante cinquantesima edizione di MIDO arriverà in un countdown il cui percorso non lo si poteva proprio prevedere. L’emergenza mondiale lanciata dal’OMS non la si può ignorare come non si può negare l’impatto che avrà sull’economia, sulla vita di noi imprenditori e su ogni manifestazione di ampio respiro internazionale che attende la città. Ma a noi tutti resta il compito, ognuno nel suo settore di competenza, di restare lucidi, vigili e compatti nel fronteggiare con coraggio e determinazione lo scorrere dei giorni e tutti gli imprevisti. Questo lungo e forse necessario preambolo è destinato ovviamente a restringere il campo di questa riflessione e puntare ancora una volta l’attenzione sul nostro settore dell’ottica e il valore del lavoro di ogni giorno.

Come accade sempre quando l’ago della bilancia si sposta all’improvviso, tutto diventa relativo, ogni discorso, ogni cosa, ogni riflessione e ciò che si ha tra le mani si pesa diversamente. Cinquant’anni fa nella prima edizione della fiera Mido la figura dell’ottico era tema di discussione: ambiti, pertinenze, regolamentazione e a più di quarant’anni dal regio decreto le discussioni che sono accese in merito sono ancora tante. Cosa possiamo dire oggi che mezzo secolo è passato e siamo vicini più al centenario del regio decreto (1928) che a una regolamentazione aggiornata?
Nonostante la mia età non più giovane, è giovane invece l’ottico che c’è in me. La riflessione da questo punto di vista è forse sgombra dall’esperienza che sottende l’attrito tra categoria medica e quella degli ottici che sembra inasprito ai massimi livelli osservando gli ultimi sviluppi in merito. Forse questa inesperienza può essere “pesata” in una visione più semplice della questione ed è in quest’ottica che si muove questo pensiero. Senza più giri di parole: l’ottico è da sempre l’anello di congiunzione fondamentale e insostituibile di cui il mondo della visione non può fare a meno. L’anello che chiude la catena di tutti gli attori del mondo della visione e consegna il valore del lavoro comune all’utente finale. Se questo fosse compreso e accettato da tutte le parti il benessere dell’intero settore si riverserebbe a cascata sulla bontà del lavoro di tutti e non per ultimo sul benessere visivo delle persone e quindi sulla qualità della loro vita.

credit: Ruben Coppini

Sono diventata ottico nella mia seconda vita e porto scolpito nella testa un insegnamento del professor Giovanni Meli del Leonardo Da Vinci di Bergamo che, come un mantra, mi segue ogni giorno nel mio lavoro: “imparate tutte le nozioni, compenetrate la vostra mente di tutte le informazioni che trovate nei manuali, utilizzate tutti gli strumenti che avete a disposizione ma ricordate che l’unica garanzia della buona riuscita del vostro lavoro siete voi stessi e la vostra capacità di tradurre tutte le informazioni che avete nella testa e che avete rilevato in fase di anamnesi e controllo in un miglioramento del visus del soggetto/cliente (non paziente) che entra nel vostro negozio. Il vostro tratto di pertinenza va dagli occhi alla Lac o all’occhiale, è questa la strada che dovete percorrere, conoscere e analizzare per trovare il modo di assemblare per il soggetto un dispositivo che permetta a tutto il suo mondo di giungere nitido sulla sua retina. Null’altro. Dovete conoscere l’apparato visivo per poter capire se il problema è nel vostro tratto di pertinenza perché se pensate che possa esserci un problema nel tratto precedente il passo successivo è l’invito a consultare lo specialista di riferimento”.

La saggezza popolare che mi affascina sempre in questo mondo super tecnologico in cui il futuro è già qui e in modo spesso imprevedibile, mi porta a chiosare questa considerazione con un bellissimo detto, ancora oggi in uso perché sempre attualissimo, di quella Milano ‘sfavillante, che non molla, che non si arrende’ e che nell’anno dell’emergenza mondiale e delle Olimpiadi si prepara alla sfida che tra solo sei anni la vedrà in prima fila con gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, proprio come oggi nell’anniversario del cinquantesimo del Mido: “Ofelè fa el to mestè” ossia pasticciere fa il tuo mestiere – lo si dice di chi si improvvisa esperto e cerca di fare ciò che non è esattamente in grado di svolgere.
Tenere a mente questo detto sarebbe vantaggioso per qualsiasi anello della catena della visione: per chi, con il suo saper fare, è deputato alla produzione della Torcia Olimpica, per chi, grazie al suo sapere scientifico, è addetto ad accenderla e infine per l’ottico che, in qualità di tedoforo, è legittimato a percorrere l’ultimo tratto chiudendo il cerchio del valore e dare il via, infine, a quei giochi che, come la storia insegna, permisero di avvicinare fazioni diverse evitando una guerra destinata a non avere né vincitori né vinti.

“Aut viam inveniam aut faciam” ossia “O troveremo una strada o ne costruiremo una”.