Leonardo Del Vecchio, una storia italiana diventata mondiale

La scomparsa dell’imprenditore più atipico e più schivo ha colpito nel profondo l’animo di tutti. Chi lo ha conosciuto bene e chi invece lo ha solo incontrato. Di seguito alcuni ricordi di chi lo ha conosciuto

Se n’è andato con la stessa semplicità con cui ha vissuto tutta la vita. Senza fare rumore, ma lasciando parlare i fatti. Così quando lunedì 27 giugno è arrivata la notizia della morte di Leonardo Del Vecchio siamo stati tutti presi un po’ alla sprovvista, come se considerassimo il Cavalier Del Vecchio parte naturale del nostro mondo. Parte da cui non ci saremmo mai dovuti separare. Perché Leonardo del Vecchio era ed è a tutti gli effetti parte della nostra esistenza. Senza di lui e senza la sua tenacia silenziosa, forse non ci sarebbe mai stato un polo di Agordo così forte e importante a livello globale.

È evidente che adesso i commenti e i saluti si sprechino e proprio per questo motivo non desideriamo aggiungerne altri noi. Come si dice in questi casi? A parlare è la sua storia personale e aggiungiamo noi quello che ha lasciato a migliaia di persone che lo hanno conosciuto o che con lui hanno avuto il piacere e la fortuna di lavorare.
Così la nostra scelta non è stata quella di pubblicare “coccodrilli” già preconfezionati da anni, ma di raccontare attraverso le reazioni che ci sono state nel mondo i sentimenti e i pensieri che quest’uomo, nato orfano di un papà fruttivendolo ha saputo evocare in ciascuno. La decisione è stata di chiedere ad alcun amici che ci avevano lavorato un ricordo e poi di muoverci all’interno della gruppo Facebook di Filiera Produzione Occhiali, per vedere le reazioni più o meno ufficiali.

La cosa forse più significativa di Del vecchio era il suo essere schivo e al tempo stesso conscio del ruolo che si era conquistato dal quale derivava un senso di responsabilità unico nel mondo dell’imprenditoria. Un’etica così forte da portarlo a considerare i suoi dipendenti come la propria famiglia. Forse un retaggio dell’infanzia disagiata vissuta, forse altro. Fatto sta che proprio nel giorno del suo funerale abbiamo sentito parole importanti e belle. Come nel caso di quelle pronunciate da Nicoletta Zampillo, moglie di Del Vecchio: «Leonardo, il vostro presidente, il vostro amico, il vostro padre per i figli. Vorrebbe che io dicessi che lui sarà sempre qui con voi, che potrà riuscire a darvi dei consigli e tanti ve ne ha già dati. Dovete essere forti, determinati nell’andare avanti». Perché Del Vecchio si sentiva davvero un po’ il capofamiglia di questa realtà cresciuta negli anni fino a diventare un caso studiato a livello mondiale. E se ciascuno dei suoi dipendenti si sente oggi un po’ orfano di un papà così importante, il motivo lo spiega quasi senza volerlo il figlio maggiore Claudio che ha voluto raccontare quello che forse è l’ultimo aneddoto sulla vita di Del vecchio: “Era in ospedale e il suo volto si è illuminato quando gli ho comunicato che andavo ad Agordo. Mi ha detto: ‘La fabbrica, è così bella adesso’. Vi ha spinto, tirato e incoraggiato e lo avete ripagato con sforzo e attaccamento – ha continuato Claudio – ha preso dei rischi che altri imprenditori non hanno voluto mai correre, perché sapeva che c’eravate voi”.

Altrettanto interessante è per noi la testimonianza di un amico, Giuseppe La Boria, che con Del vecchio aveva lavorato per nove anni. Ricordi che la dicono lunga sull’approccio quasi calvinista al lavoro e ai suoi meccanismi. Queste le parole con cui l’ha ricordato: “Quando fui assunto nel maggio 2001 dal Sig. Francavilla avevo già incontrato il cavaliere un paio di volte, io venivo da Safilo, quindi la grande concorrente, ma fui accolto dal cavaliere e dal Sig. Francavilla con molta discrezione e rispetto. Ma il messaggio era chiaro: “adesso mostraci quello che sai fare”.

Il mio contratto prevedeva 6 mesi di prova, Francavilla fu irremovibile su questo, e 2 anni di appartamento a Milano pagato, con la qualifica di Head of sales for wholesale Division.

I primi mesi furono molto difficili, Luxottica era un’azienda molto particolare e tutto ruotava attorno alla triade Del Vecchio, Francavilla, Chemello. Ma m’integrai presto e molto bene.

Alla scadenza del mio periodo di prova ero preoccupato perché nessuno mi aveva ancora detto nulla. I complimenti non sono mai stati il loro forte. Andai una decina di giorni dopo la scadenza del periodo di prova dal responsabile HR, chiedendogli se tutto fosse a posto ed ero confermato. Mi guardò con un sorriso e mi disse: “certamente se no te lo avremmo detto.”

Tirai un grande sospiro di sollievo, feci per uscire ma il Dr. Damin mi fermò e mi disse che dovevo firmare il nuovo contratto,” Che contratto? “ Chiesi, avendone firmato uno sei mesi prima.
Mi sedetti senza sapere cosa aspettarmi, Il Dr. Damin, capo del HR, mi presentò il nuovo contratto e con enorme sorpresa vidi che il valore dell’affitto annuale dell’appartamento mi era stato messa in busta con relativo aumento importante del salario. Restai senza parole, non avevo chiesto nulla, ero già felice di essere stato confermato.
Il Dr. Damin sorrise dicendo, “Questo è Del Vecchio, questa è Luxottica, benvenuto.”
Non ho mai ricevuto un encomio o un bravo, né da lui né dal Signor Francavilla che anzi mi diceva sempre: “ potevi fare meglio, si può sempre fare meglio”, alzando sempre il livello.
Scesi le scale e passai dall’ufficio di Del Vecchio per ringraziarlo, lui divenne rosso, si schernì e cambiò discorso, parlando di lavoro. Non amava i convenevoli e i ringraziamenti, lo imbarazzavano.
Il secondo ricordo riguarda un amore che avevamo in comune la beneamata, l’Inter. Lui era davvero un grande tifoso, molto appassionato, ma sempre con sportività e distacco, come gli si conveniva.

Passò nel mio ufficio per partecipare alla riunione delle filiali che tenevo via telefono ogni lunedì, e alla quale partecipava tutte le volte che poteva. Finita la call andammo come sempre al Peck a prendere un caffè. L’Inter di Moratti non andava molto bene in quegli anni e il 5 maggio stava per arrivare.

Seduti al Peck, dove le sue difese erano più basse, mi feci forza e gli chiesi: “Presidente perché non compra lei l’Inter, la farebbe diventare una macchina vincente come Luxottica?”
Mi guardò e sottovoce rispose: “Se la comprassi dovrei fare Francavilla presidente e Chemello allenatore e sono certo che vinceremmo tutto, ma sono entrambi juventini, e fece una risata. Poi aggiunse: La Boria col calcio ci si rimette e basta, e poi Francavilla e Chemello si devono concentrare su Luxottica. Lascio l’Inter volentieri al mio amico Moratti.
Poi pagò e rientrammo.

Il terzo aneddoto: dopo la mia uscita da Luxottica ci siamo incontrati solo un paio di volte, molto velocemente per un caffè, ma io lo chiamavo ogni 24 dicembre e ogni sabato di Pasqua per fargli gli auguri. Pochissime parole, non di più. Il 23 dicembre del 2019, noi lo scorderò mai, ero a casa di amici e stavamo giocando a carte. Squillò il telefono, erano le 15,31. Non riuscivo a credere ai miei occhi quando sullo schermo apparve la scritta Del Vecchio.
Buongiorno La Boria, come va?
“Bene Presidente, grazie, e lei?” Non rispose, ma disse:” Volevo fare gli auguri a lei e la sua famiglia, tanti auguri di buon Natale e felice anno nuovo.”

Ovviamente contraccambiai, e visto il momento particolarmente coinvolgente provai a chiedergli come stava, come andava il lavoro. Sperando di allungare la telefonata.
Rispose: “Bene, Bene, Tanti auguri La Boria a lei e famiglia.” La voce e il tono erano di chi voleva chiudere la comunicazione. Aveva fatto ciò che voleva e adesso chiudeva.

Troppo schivo per parlare di più, la telefonata era durata in tutto 32 secondi. Forse il più bel ricordo che ho di Del Vecchio, tra i moltissimi che 9 anni di lavoro in Luxottica mi hanno lasciato. Anche questo era Del Vecchio.”

Per parlare di Del vecchio però si deve anche cercare di comprendere la sua autonomia da tutto, anche dalla politica. A questo proposito crediamo sia interessante il ricordo del Presidente della Regione Veneto Zaia che ospita la storia di Luxottica: “Amo ripetere spesso che solo i pessimisti non fanno fortuna. Penso che il cavalier Del Vecchio sia stato la dimostrazione vivente di questo modo di dire; un uomo che con la sua determinazione e la sua visione del lavoro, dal nulla si è attestato nella classifica degli imprenditori di maggior successo in tutto il mondo. Desidero ricordarlo come uno degli artefici della riscossa della nostra terra, in particolare del riscatto economico delle nostre montagne. Il Veneto gli deve molto.

È stato un imprenditore che ha guardato ben oltre i propri sogni – prosegue il Governatore -. Della bottega che aveva messo su con sudore ad Agordo poteva già considerarsi soddisfatto e realizzato alla fine degli anni Cinquanta. Ma da quella bottega è nata una piccola impresa, la Luxottica, che in breve è cresciuta fino ad essere una grandissima realtà produttiva, a capo della quale Del Vecchio ha scalato la finanza internazionale, portando il Veneto alla ribalta del Mondo. Sono numerosissime le persone delle nostre valli dolomitiche che grazie a lui hanno trovato un lavoro segnando la via del benessere per intere famiglie. Se il Veneto è oggi quella grande realtà produttiva ed economica che intendiamo mantenere e accrescere è grazie a figure come Del Vecchio che hanno creduto nel nostro lavoro e nella nostra gente”.
A chiudere la nostra rassegna di commenti e ricordi le parole di Giorgio Armani, amico e socio in affari di Del Vecchio attraverso le parole rilasciate al quotidiano Milano Finanza: «Ho appreso della scomparsa di Leonardo Del Vecchio con estremo dolore. Perdo un amico, in primo luogo, con il quale ho condiviso una lunga e pionieristica avventura professionale. Insieme, abbiamo inventato un fenomeno che non esisteva»,  «Incontrandoci, abbiamo subito capito che gli occhiali, da semplici oggetti funzionali sarebbero diventati accessori moda indispensabili.

E così è stato. Ci siamo trovati al primo sguardo, affini nel carattere e nelle esperienze. La nostra generazione ha vissuto momenti duri che l’hanno temprata, gli anni della guerra e della ricostruzione. A un certo punto non c’era nulla e bisognava ripartire da zero e questo scenario offriva molte possibilità, che entrambi, ciascuno a suo modo, abbiamo colto. Avevamo grandi sogni, e li abbiamo realizzati. Di Leonardo ricorderò sempre il modo diretto di comunicare, la concretezza, la lealtà. Mi mancherà molto».