Giuseppe La Boria, CEO di Danshari, presenta il suo primo thriller psicologico “La sindrome di Rebecca” edito da Lupi. In questa intervista svela i labirinti della gelosia estrema.
Ciao Giuseppe, mi racconti qualcosa di te? Intendo la parte meno conosciuta di te? Quella dello scrittore.
Con piacere, ma in realtà in questo contesto esiste solo colui che ha scritto il romanzo, ed è in realtà persona diversa dal Giuseppe conosciuto nel mondo degli occhiali. Lui vive una propria vita autonoma. Ed è sempre stato così, dalle prime ingenue poesie in poi, folgorato da Une saison en enfer di Rimbaud. Lui scrive, pensa, sogna quasi sempre di notte. A volte lo invidio, per la sua libertà, per il potere infinito che ha di creare e l’onnipotenza che gli deriva dallo scrivere. Per la capacità di distorcere e spremere le parole fino a distillarne le migliori o le più adatte. Nei momenti della scrittura credo si senta, per un breve attimo Dio. Può creare, sconvolgere, distruggere, far innamorare, uccidere, tutto passa attraverso le sue emozioni e la sua creatività. La petite morte della creazione. L’orgasmo di vedere qualcosa che prende vita nella sua testa ed evolve sino a raggiungere la maturità di un’opera compiuta, secondo il suo sentire e volere. Sì, lo invidio. Lo invidio molto, questa è la sola verità.
Il tuo ultimo romanzo è un giallo psicologico: “La sindrome di Rebecca”, io l’ho letto ed è un sentiero molto arduo e stretto che scava profondamente nell’animo umano. Un giallo molto psicologico che, devo dire, mi ha preso e affascinato fino alle ultime parole. Dove realmente vuoi condurre il lettore?
Sai in realtà non voglio condurre il lettore da nessuna parte. Desidero che il lettore trovi la sua strada dentro il romanzo, lo viva, lo veda e lo ascolti secondo il suo sentire e le sue emozioni. Io cerco di offrire un racconto, a volte forte, me ne rendo conto, ma ispirato da uno dei grandi problemi dell’umanità: la gelosia insana. Una malattia che può portare a terribili conseguenze come i continui femminicidi di questi anni ci confermano.
Ci dici qualcosa della trama?
La storia si apre in una mattina gelida, nel Parco di Monza. Una donna bellissima viene trovata morta su una sedia, completamente nuda, con un sorriso enigmatico e gli occhiali da sole a coprire gli occhi. Si chiama Carola Baldini, è una giornalista, è sempre stata affascinante e inafferrabile, il tipo di donna che incanta e disarma. Ora è un enigma senza respiro. E da quel momento, comincia un incubo. E Un’email anonima impone il silenzio: niente autopsia, solo cremazione. O ogni lunedì una persona morirà. Sei lunedì. Sei vittime. Sei candele. Il gioco perverso di un killer che si firma “Otello” e che sembra conoscere ogni dettaglio della vita di Carola. Il romanzo è un susseguirsi di colpi di scena. Il movente? Non è la banale gelosia. È molto di più. È la sindrome di Rebecca, una forma di delirio ossessivo che spinge a odiare e punire tutti coloro che, nel passato, hanno avuto un legame affettivo o sessuale con la propria amata. Otello è disturbato, ma profondamente coerente nel suo delirio. Parla con la maiuscola di Amore, Perfezione, Infinito. Uccide con rituali sofisticati, simbolici, teatrali. Costruisce una narrazione, quasi una sacra liturgia. E fa tutto questo per “purificare” Carola da chi l’ha insozzata, “inquinata”. L’indagine, affidata all’ispettore Piccolo e al geniale ispettore in pensione dr. Bariola, diventa una corsa contro il tempo. E anche una sfida personale. Perché Otello non è solo un assassino. È un narratore. Un regista. Un attore protagonista. E vuole pubblico.
Perché secondo te dovremmo leggerlo?
Ti risponderò con le parole di Jacopo Lupi , il mio editore, che in un’intervista alla stampa parla del perché ha pubblicato con entusiasmo il mio romanzo:
Quando ho letto La sindrome di Rebecca, ho subito capito che non era il solito giallo. Era qualcosa di diverso. Di più disturbante, più raffinato, più intelligente. Ho pensato: questo libro bisogna pubblicarlo, e farlo arrivare il più lontano possibile.
Perché ci sono storie che si leggono. E storie che ti leggono. Questa ti entra nella testa, si insinua piano… e poi non ti lascia più. Ecco perché Lupi editore ha scelto di accogliere il nuovo romanzo di Giuseppe La Boria. Perché è un autore che osa, che non ha paura di scavare dentro l’ossessione, la perversione, la fragilità delle relazioni umane. E perché La sindrome di Rebecca è un noir moderno, intelligente, teso come una corda di violino, con una scrittura lucida e una trama che fa sudare le mani. Ha già pubblicato due romanzi: L’acido di Dio e La luna rossa di Harar, quest’ultimo vincitore del Premio Montag del 2023. Ma “La sindrome di Rebecca” segna un salto. È il suo primo vero thriller, e si sente che è frutto di anni di letture, di passione per la psicologia, di attenzione maniacale per i dettagli. Credo che la narrativa italiana abbia bisogno di voci nuove, adulte, profonde. Non solo noir commerciali, non solo storie d’evasione. Ma storie che inquietano, che disturbano, che ti fanno nascere domande. E poi perché La sindrome di Rebecca ha tutto: una trama solida, personaggi memorabili, una scrittura fluida e colta, un ritmo implacabile. È un romanzo che si legge d’un fiato ma che ti rimane dentro per giorni. Ti fa riflettere sull’amore malato, sull’identità, sul bisogno di possesso, sulla linea sottile tra passione e ossessione. Io penso che in un romanzo, come e meglio di un film, le immagini scritte dovrebbero uscire dalle righe e colpire al cuore, le parole dovrebbero urlare per il loro suono e musicalità, non solo e non tanto per il loro significato, i colori dovrebbero abbagliare. Una porta aperta che lasci passare correnti passionali in entrata e in uscita. Penso che la sindrome di Rebecca sarebbe un ottimo film thriller.

Quanto c’è di Giuseppe in questa storia e nei tuoi due romanzi precedenti?
Bella domanda, di Giuseppe? Bah davvero non lo so, molto poco o potrei dire moltissimo. Perché è evidente che le emozioni siano filtrate dalla mia sensibilità, dal mio modo di sentire, e questo fluisce inevitabilmente nel racconto. Ma sono solo emozioni, sensazioni, visioni, colori, non storie vissute, solo immaginate. Cerco di immedesimarmi nei protagonisti, di trasformarli, di plasmarli, di farli parlare, ridere e piangere secondo le mie visioni e i miei piani. Questo racconto è totalmente inventato, e ha avuto una gestazione brevissima e devo dire che mi sono divertito molto a scriverlo, non è stato faticoso come i miei primi due romanzi. L’acido di Dio e La luna rossa di Harar sono nati scolpiti nella carne viva dei sentimenti e delle emozioni, faticosi, alla ricerca della singola parola che valesse oltre il significato, e provasse a esistere per la meraviglia del suo suono. Sono stati una sofferenza personale, un lungo parto. Romanzi che grondavano sangue e sudore, passione e sentimento, rabbia e dolore. La sindrome di Rebecca no, è stato un piacere dalla prima all’ultima parola. Fluiva facilmente senza intoppi, la trama era chiara nella mia testa fin dall’inizio. Non mi sono ispirato a nessuno, non ho cercato maestri o serie televisive, volevo fosse un giallo personale, senza assonanze. Tutto mio. Non ci sono eroi, o ispettori machi, super fighi di cui tutti si innamorano, solo il racconto di un caso incredibile di cronaca nera a Monza. Tutto è iniziato la notte del 2 agosto 2024. Non riuscivo a dormire e mi è venuta come una illuminazione, l’idea di base del romanzo. Ma questa idea mi cambiò completamente la prospettiva. Mi avevano sempre affascinato la gelosia tra esseri umani, la gelosia lavorativa, quella amorosa soprattutto, questo sentimento illogico e irrazionale che può essere devastante. Questa cosa che prende e porta a volte gli uomini a diventare come delle bestie. Dopo le prime pagine, già da subito la trama si è trasformata nella mia testa ne La sindrome di Rebecca. L’eccesso, il paradosso, la malattia mentale della gelosia e della possessione. L’intenzione era di creare qualcosa che scivolasse facilmente e che desse al lettore la voglia di arrivare fino alla fine d’un fiato. Credo che sia uno degli aspetti più importanti per un giallo. Carola Baldini, la protagonista, croce e delizia: il sogno segreto di ogni uomo per la sua bellezza, per il suo corpo, per i suoi occhi glauchi, magnetici e perforanti, per la sua intelligenza e la sua personalità. Carola è una donna indipendente e questo ha portato inevitabilmente a scontri feroci contro la supremazia del maschio in generale, di un mondo che ancora non accetta nei fatti una parità di genere. Lei è una metafora della bellezza, intelligenza e indipendenza femminile. Mi sono però affezionato soprattutto a lui, a Otello, il killer. Nessuna simpatia per questo criminale, solo lo stupore di dove l’amore malato possa portare le persone. Di come un amore malsano, colmo di gelosia e ossessione, possa trasformare gli esseri umani e farli diventare dei criminali. Lo stupore di come anche le persone più forti e intelligenti possano crollare in preda alle ossessioni della gelosia esagerata, del senso di possesso sino a trasformarsi in dei burattini in preda alla rabbia e al delirio da loro stessi creato e generato. Di come l’amore, sia pure malato, sia comunque il centro del mondo e della vita. E la donna, il centro dell’amore, diventa semplicemente un oggetto, una preda, nel momento in cui non accetta le logiche mentali dei vari Otello di turno. Ci vorranno ancora diverse generazioni perché si possa raggiungere una vera parità di genere.
Come nasci come scrittore?
Lo scrittore e il mio alter ego, che di fatto ruba emozioni e immagini, colori e suoni e li trasforma, bene o male in parole, trame e storie. Ti dirò una cosa strana, penso che uno scrittore scriva sempre lo stesso romanzo. Nel senso che lo stile, le radici, il DNA resta lo stesso, anche se in storie molto diverse. Un marchio di fabbrica che esiste in chi ha un proprio stile artistico riconoscibile. Ho provato a scrivere questa storia, un romanzo difficile, avvincente, avvolgente e soprattutto psicologico. Ma che è fluito con una felicità incredibile, ecco mi piacerebbe che chi lo legge riconoscesse lo stile e dicesse: “questo lo ha scritto lui, si vede, si capisce”, avrei raggiunto il mio scopo





